Realizziamo Reti tra Imprese, Istituzioni e Organizzazioni

C’è una lettura dell’Omnibus I che circola con una certa frequenza nei corridoi delle imprese italiane in questi mesi: meno obblighi, meno rendicontazione, meno impegno sul sociale. È una lettura comoda. Ed è profondamente sbagliata.

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea della Direttiva (UE) 2026/470 il 26 febbraio scorso, il pacchetto Omnibus I è diventato realtà, segnando un cambio di passo fondamentale per migliaia di imprese. In un contesto in cui la sostenibilità non è più un’opzione etica ma una variabile competitiva, il legislatore europeo ha risposto alle critiche sulla “burocrazia green” con un intervento di razionalizzazione che ridefinisce perimetro e modalità degli obblighi informativi.

Ridefinisce, non elimina. Ed è su questa distinzione che si gioca la partita competitiva del prossimo decennio.

Cosa ha cambiato davvero l’Omnibus I

Per capire dove stiamo, occorre essere precisi sui numeri. La Direttiva (UE) 2026/470 riduce l’ambito di applicazione degli obblighi di rendicontazione societaria di sostenibilità innalzando le soglie alle imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di ricavi netti annui.

La conseguenza è significativa in termini numerici: le nuove soglie escludono circa l’80% delle 50.000 aziende originariamente interessate dalla normativa. Sul fronte degli standard, la revisione degli ESRS mira a ridurre di oltre il 60% le informazioni richieste, privilegiando i dati quantitativi rispetto a quelli puramente descrittivi.

Semplificazione reale, quindi. Ma con un confine preciso che molte imprese stanno sottovalutando.

La semplificazione non spegne la pressione di mercato

Essere fuori dal perimetro obbligatorio non significa essere fuori dal radar degli stakeholder. Se il perimetro si restringe, il fulcro della disciplina resta la catena del valore. Le imprese obbligate devono continuare a rendicontare non soltanto i propri impatti diretti, ma anche quelli indiretti lungo la supply chain. Ciò include le condizioni di lavoro presso fornitori e subfornitori, i rischi ESG connessi ai partner commerciali e le politiche di due diligence adottate per monitorare tali aspetti.

In termini pratici questo significa che una PMI manifatturiera con 300 dipendenti — formalmente esclusa dall’obbligo diretto — sarà comunque chiamata a rendicontare se lavora come fornitore di una grande azienda soggetta alla CSRD. La pressione non viene dall’alto della norma, ma dall’interno della filiera.

L’uscita di una parte delle imprese dal perimetro di applicazione della CSRD non comporta una riduzione delle aspettative informative del mercato. Le PMI escluse dall’obbligo potranno adottare standard volontari denominati VSME, caratterizzati da requisiti informativi semplificati rispetto agli ESRS. Uno strumento volontario che, nella pratica, diventerà presto uno standard di fatto per chi vuole restare nella catena del valore dei grandi player.

Il Pilastro S: in precedenza sottovalutato, il più strategico

Nel dibattito pubblico sull’ESG il Pilastro S — quello sociale — è storicamente rimasto in ombra rispetto alla E ambientale e alla G di governance. Eppure è proprio il Pilastro S a contenere le variabili che impattano più direttamente sulla competitività operativa di un’impresa: le condizioni di lavoro, la diversità e inclusione, la formazione, le relazioni con le comunità locali, la gestione dei diritti umani nella filiera.

Resta confermato l’approccio risk-based, in base al quale le imprese dovranno concentrare le attività di dovuta diligenza, prevenzione e mitigazione sugli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente che risultino più probabili e gravi lungo la catena del valore.

I diritti umani nella filiera, le condizioni di lavoro dei fornitori, le politiche di inclusione interne: sono questi i temi del Pilastro S che la norma — semplificata o meno — continua a richiedere alle imprese di presidiare. Non per obbligo formale, ma perché sono i temi su cui gli investitori istituzionali, i grandi clienti e i decisori pubblici stanno costruendo i propri criteri di selezione.

Da compliance a strategia: il cambio di paradigma necessario

C’è una differenza fondamentale tra un’azienda che rendiconta l’impatto sociale perché è obbligata a farlo e un’azienda che costruisce una strategia di impatto sociale perché ha capito che è un vantaggio competitivo. La prima produce documenti. La seconda costruisce relazioni, reputazione e resilienza.

Le organizzazioni che stanno vincendo questa partita non sono necessariamente quelle più grandi o quelle con i report ESG più voluminosi. Sono quelle che hanno imparato a tradurre i propri valori e impegni sociali in tre cose concrete: azioni misurabili, narrazioni credibili verso gli stakeholder, e posizionamento riconoscibile nei contesti istituzionali e di mercato in cui operano.

La semplificazione europea riduce l’impatto amministrativo, ma non elimina la necessità di assetti organizzativi coerenti e strutturati. La sostenibilità continuerà a rappresentare un fattore di differenziazione competitiva per l’industria europea.

Tre domande che ogni impresa dovrebbe porsi adesso

Prima di archiviare la questione con un “siamo fuori dall’obbligo”, vale la pena rispondere onestamente a tre domande.

La prima: i vostri principali clienti o partner commerciali sono soggetti alla CSRD? Se sì, vi chiederanno dati sul Pilastro S, indipendentemente dalle vostre dimensioni.

La seconda: state partecipando a gare pubbliche o accedendo a finanziamenti europei? I criteri ESG nei bandi pubblici e nei programmi di finanziamento UE sono in crescita costante, e il Pilastro S è sempre più presente tra i requisiti di accesso.

La terza: la vostra reputazione come datore di lavoro, partner di filiera e attore del territorio è un asset o un rischio? In un mercato del lavoro sempre più selettivo e in un contesto sociale sempre più attento, la risposta a questa domanda vale quanto qualsiasi bilancio.

Il ruolo della comunicazione istituzionale nell’impatto sociale

Un aspetto che spesso viene trascurato è il collegamento tra strategia di impatto sociale e comunicazione istituzionale. Avere politiche D&I solide, progetti di welfare aziendale ben costruiti o iniziative di coinvolgimento della comunità locale non basta: occorre saperle raccontare nei contesti giusti, con i linguaggi giusti, verso i pubblici giusti.

Questo è il punto in cui molte imprese perdono valore: hanno fatto il lavoro, ma non lo hanno reso visibile dove conta — nelle relazioni con le istituzioni, nei tavoli di stakeholder engagement, nei percorsi di rendicontazione, nelle narrazioni che alimentano la reputazione sul mercato.

Comunicare l’impatto sociale non è greenwashing. È il contrario: è la capacità di dimostrare con dati, storie e relazioni concrete che il proprio impegno è reale, strutturato e misurabile.

L’Omnibus I non ha liberato le imprese dall’impegno sociale. Ha cambiato le regole del gioco: meno burocrazia, più sostanza. Chi usa questa semplificazione come alibi per fare un passo indietro rischia di ritrovarsi fuori dalle filiere che contano, fuori dai bandi più interessanti, fuori dalla conversazione pubblica che sempre più spesso determina reputazione e accesso alle opportunità.

Chi invece coglie questo momento come un’occasione per costruire una strategia di impatto sociale autentica, misurabile e ben comunicata ha davanti a sé un vantaggio competitivo che i competitor più lenti faranno fatica a recuperare.

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